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Se provassimo ad
elencare qui di seguito tutte le innumerevoli denominazioni scelte per definire
i generi che caratterizzano la musica d’ogni tempo, in pochi troverebbero la
pazienza necessaria per giungere alla fine della lista. Spesso musicologi e
giornalisti si spremono le meningi per catalogare, classificare, ghettizzare
stili e sottostili, semplicemente per tenere sotto controllo l’arte più
ineffabile di tutte. Questo comporta due conseguenze opposte. La prima genera
distinzioni grossolane e semplicistiche, come l’ormai diffusissima dicotomia
colto-popolare a cui consegue l’uso di termini generici e indefiniti come musica
classica, o musica rock, usati spesso in maniera impropria. La seconda si
esprime con l’estremo opposto, l’eccessiva parcellizzazione in sottogeneri del
tutto capziosi e superflui.
La serata in puro stile etnomusicologico andata in scena il 23 maggio
all’Alpheus ci riporta alle radici. Le forme della musica popolare, che per
coerenza con il discorso precedente sarà meglio definire etnica, mettono a nudo
una caratteristica che spesso viene dimenticata: l’universalità della musica. In
qualunque angolo del mondo in cui le tradizioni popolari siano ancora vive,
ponendo a confronto le loro forme musicali si rimane impressionati per le
analogie riscontrabili. Tipologie organologiche di strumentazione, tecniche di
liuteria e di esecuzione, tecniche di canto, per quanto variegate hanno numerose
caratteristiche comuni. Soprattutto le tipologie di ritualità che queste musiche
solitamente accompagnano, feste pagane e religiose in generale, riti di
corteggiamento, danze. Non esiste ceppo etnico che non abbia accompagnato culti
di aggregazione attraverso il linguaggio dei suoni. E quale grande rito popolare
rappresenta il coronamento della pizzica d'amore, tarantella, saltarello, o
tammurriata? La danza naturalmente. Durante le performance degli Zona Musicale
Protetta e della banda di Uccio Aloisi, la reazione del pubblico dell’Alpheus ha
confermato questo impulso genetico dell’essere umano. Pur essendo una musica più
vicina alla generazione dei nostri nonni, se non addirittura bisnonni, il
giovane pubblico del Martelive ha risposto alla grande. Dalle prime “coraggiose”
lanciatesi sotto il palco (sono sempre le donne che aprono le danze oramai),
lentamente tutto il pubblico si è unito al ballo popolare.
Non avrebbe senso far risuonare nell’aria i ritmi del Salento o della Lucania
davanti ad un pubblico statico; queste cadenze “producono” movimento, onde
irrefrenabili che risvegliano i nostri istinti tribali. Rincuora vedere come le
nuove generazioni nutrano interesse per questi revival, ed è ancora più
affascinante paragonare la scuola “giovane” degli ZMP con l’ensemble più data di
Uccio Aloisi.
Il trio degli ZMP composto dal bravissimo polistrumentista Alessandro Mazziotti
(flauti, zampogne, ciaramelle, voce), Gianluca Zammarelli (voce, chitarra
battente), Andrea Piccioni (tamburello, tammorra), stupisce per la fedeltà
filologica. Le tecniche di canto stentoree e strozzate, le cadenze ritmiche
rubate e volutamente imperfette. Le tecniche esecutive, come la rotulliata con
cui tradizionalmente si percuote la chitarra battente (strumento di origine
calabrese), e l’abilità strabiliante di Andrea Piccioni con i suoi tamburi a
cornice, in grado di ricreare ritmiche complesse al pari di un intero corpo di
tamburisti.
La banda del simpaticissimo Uccio Aloisi è invece caratterizzata da qualche
capello bianco in più, e proviene da uno di quei pochi territori d’Italia in cui
le tradizioni sono ancora vive e vegete: il Salento. Incredibile l’energia di
quest’uomo, ancora dotato di voce e di carisma. Continuamente in cerca di
contatto con il pubblico -chiedetelo alle belle signorine in prima fila, a cui
Uccio ha regalato cd in continuazione pur di averle vicino a sé- sembrava
volersi gettare tra la folla. E sì perché il palco che crea questa distanza tra
gli strumentisti ed il pubblico non ha motivo di esistere nelle tradizioni
popolari. Uccio lo sa bene, e se alla sua età è ancora in tournee pimpante come
un giovanotto, è forse grazie a questa musica immortale capace di regalare un
pizzico della sua eternità a chi ne viene coinvolto; sia esso un esecutore o un
danzatore non importa in questi contesti non c’è alcuna differenza.
IL CACCIA
lucacacciatore1980@libero.it |
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